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A MILITELLO, VIA SPASIMO Fra poco morirò, disperato perché di me non resterà memoria. Voglio dire che non lascerò un ricordo vero, tale che possa superare i commenti di cordoglio più immediati (quelli, per intenderci, che si regalano nelle veglie funebri per i minuti che bastano, tanto per essere ricambiati quando verrà il nostro turno). Per colmo di sfortuna morirò la mattina di ferragosto, con la città spopolata. Molti sono andati al mare. Oggi, almeno, questa gente starà prona sulla sabbia e non ai piedi di chi comanda. Chi è rimasto non troverebbe neppure un filo d’ombra fuori di casa per scambiare due chiacchiere sulla mia morte. Eppure, sono stato un uomo d’immaginazione, che, a voler mettere per iscritto i progetti della mia vita, c’è quanto basta se non altro per la celebrità locale. Purtroppo, il tragico destino degli assassini è che debbono tenere nascosti i loro capolavori. Nel mio caso, poi... Ma, voglio raccontare con ordine. La prima idea d'uccidere mia zia, vecchia e zitella, mi venne sul finire del settembre scorso, di notte, quando per scommessa m’ero messo a gareggiare con le ingegnosità di Arthur Conan Doyle, di Freeman Wills Crofts, di Agatha Christie, di John Dickson Carr, di Edgar Wallace, di Thomas B. Dewey, di Peter Cheyney, di Rex Stout, di Erle Stanley Gardner, di Ellery Queen. Passeggiavo con Gianni, anche lui appassionato di letteratura gialla. - Ti pare possibile il delitto perfetto? - mi chiese Gianni, proprio al centro dello spiazzale ch’è davanti al cimitero. S’era messo a pie’ fermo di botto. Pareva che fosse passato l’angelo e l’avesse bloccato lì, con le gambe diventate due querce sulle mattonelle di pece. - Eh?... off! - feci io, sbilanciato in avanti, ma subito agganciato per il braccio e riportato in linea dal mio vigoroso amico. - Certo ch’è possibile! - Il vero problema sarà la giusta cura dei particolari - affermò Gianni, entrato in fase operativa. - Prevedere ed eliminare tutti i possibili indizi che uno può lasciarsi dietro non è mica facile! L’assassino che perde è come un pittore che si concentra sul grosso di un quadro. Ha una visione incompleta. Invece, non bisogna trascurare il punto di vista ravvicinato. Il delitto d’autore è perfetto negli elementi più piccoli. - Hai scoperto l’acqua calda! - obiettai. - Questo è ciò che si dice in tutti i gialli, anche nei più scadenti... anche nella serie televisiva del tenente Colombo, quella specie di frustrato che trova sempre il modo di provare che l’assassino è uno che nella vita ha successo! - Si potrebbe simulare una disgrazia... - continuò Gianni. - Già fatto - dissi. - Crofts: L’incendio nella brughiera. - Bisogna che ci rifletta una notte - concluse Gianni. - Domani ti dirò la mia ipotesi di delitto perfetto. L’indomani, però, Gianni aveva già scordato il suo proponimento. Fu preso da un’altra passione, quella per la fotografia. C omprò il manuale mondadoriano di Alexander Spoerl, le riviste “Fotografare”, “Clic fotografiamo”, “Progresso fotografico” e “Fotopratica” e non parlò d’altro. Nella serata sembrò pazzo di gioia perché qualcuno gli aveva regalato How to make a good picture, edito, pensate un po’, dalla Estman Kodak Company, Rochester, New York. Io non potevo permettermi la stessa volubilità di Gianni. Mia zia aveva troppi soldi e quattro ettari d'agrumeto con sedici ore d’acqua settimanali nel vicino pozzo. Ad ottobre-novembre col clementine, a dicembre col tarocco, in primavera col calabrese, i commercianti le portavano i milioni fino a casa. I problemi per convincere i commercianti a comprare le arance sono per i piccoli proprietari, quelli dei quattro-cinque tumuli. L’uccisione della parente, quindi, non poteva essere presa soltanto come una chiacchierata teorica. Avrei potuto vivere di rendita, la sigaretta in bocca ed il pieno di benzina nell’alfa romeo. La mia giornata l’avrei spartita equamente tra le donne ed i discorsi nella sala da barba di Antonio, un rivoluzionario che falcidiava capelli come se fossero grassi borghesi, sotto lo sguardo malinconico e romantico di un poster del Che (dove, però, non mancavano sfumature di divertita perplessità, quando Antonio tifava per il milan supermiliardario di Berlusconi). Eppoi, io quella vecchia non la reggevo proprio. Pensai diverse soluzioni, tutte insoddisfacenti. Potevo simulare un incendio dovuto ad un corto circuito. C’era, però, il problema che d'elettricità non ne capivo niente. Di veleni, conoscevo solo quelli usati nei gialli, inutilizzabili perché anche i poliziotti possono leggerli, almeno in via d’ipotesi. Per un attimo mi venne in mente d'assoldare un killer. Ma, era una soluzione troppo banale e soprattutto non avevo soldi. Anzi, uccidevo proprio per mancanza di soldi. Finalmente mi concentrai sul fatto che mia zia ogni mattina, quando passava il lattaio, usava scendere le ripide scale della sua casa-candela. Qui molte abitazioni vanno su filiformi, un piano sopra l’altro, frutto di un abusivismo straccione che ha distrutto la vecchia tipologia architettonica rurale. Conclusi che bastava far cadere mia zia dalle scale. Magari, se non moriva subito, bisognava finirla con una mazza. La novità che avevo escogitato era il modo in cui farla cadere. In cima alle scale avrei fissato una lenza, invisibile nella semioscurità. Mi lambiccai il cervello per giorni, cercando il modo di sistemare bene la mia trappola. Notai che la ringhiera della scala era arrugginita e, quindi, poteva restarvi la traccia della lenza. C’era, poi, un altro problema: come fissare l’altro capo del filo nel muro, senza piantare un chiodo? Non feci altro che pensare, ben oltre il mio normale costume di vita (dove già la riflessione non è mai disturbata da occupazioni pratiche). Ipotizzavo soluzioni pure in bagno, pure quando stavo in piazza, alla fermata degli autobus, ad occhieggiare le donne! Io e Gianni siamo sempre stati dei patiti degli amori oftalmici. Infatti, presi la giusta decisione nel corso di una carrellata panoramica sulla cupola tremolante del sedere di una maestra. Dovevo riverniciare la ringhiera per eliminare la ruggine. Poi, bastava aspettare che il colore si fosse ben asciugato ed indurito e si poteva star sicuri che la lenza non lo avrebbe rigato. Certo, c’era l’inconveniente che un delitto nato dalla voglia di non l avorare cominciava proprio con un lavoro, per di più odioso. Ormai, però, la faccenda era diventata un puntiglio intellettuale, che valeva bene qualche sacrificio. Per l’appiglio a cui legare l’altro capo della lenza, si poteva piantare un chiodino nell’angolo tra il muro e lo spessore dell’alto battiscopa. Era meglio usare un sottile chiodo d’acciaio. Con un minimo di pazienza, dopo, sarebbe stato facile cancellarne ogni traccia. Offrii alla zia, gratis, il mio lavoro di imbianchino. Così avevo modo di stare in casa sua senza destare sospetti. Tirchia, anzi scroccona com’era, la vecchia ne approfittò subito. - Da’ pure una sistemata al portone - mi disse. - In fondo lavori per te... Quando morirò il mio sarà tuo. - Appunto - confermai con un sorriso ambiguo. Non volli sciupare il piano con un’inutile premura. Era preferibile che ciò che doveva accadere accadesse verso la fine del lavoro. Purtroppo, scartavetrare e pitturare mi risultò troppo pesante. Non c’ero tagliato. C’erano come dei grumi d’impazienza che mi partivano dallo stomaco e mi facevano torcere tutto. Allora mi veniva voglia di rompere il pennello e di prendere a calci secchi e barattoli di colore. Accendevo una sigaretta per calmarmi ed era peggio, perché in aggiunta spuntava il mal di testa. Era ovvio che in tali condizioni il lavoro procedesse con esasperante lentezza, tra gli improperi continui della zia-arpia. - Sei sempre tu - ella diceva. - Ti fai avanti e non concludi niente! Io rispondevo con un sorriso e la pensavo già morta. Finché, dopo sei mesi di macerante lavoro, avvenne l’irreparabile disgrazia. In una primaverile, luminosa ed indifferente mattina, infatti, mia zia morì, improvvisamente e senza alcun merito mio (fu lo scorso primo aprile, per l’esattezza, quasi che il “destino cinico e baro” avesse voluto giocarmi il suo pesce d’aprile). Tutto accadde proprio mentre ella scendeva ad aprire al lattaio... Ma, per un fulminante ictus cerebrale! Così, il mio piano tanto ben architettato non vide mai la luce ed ora non c’è uno che possa neppure sospettare la perfezione con la quale stavo per realizzarlo. Il peggio è che, dopo che è venuto a mancare il mio capolavoro, verrò a mancare pure io. Esattamente quarantadue giorni fa (mentre il sole di maggio se la rideva come non mai, tanto per farmi dispetto) ho saputo di avere il cancro. Anche questa volta m’hanno giocato un tiro a tradimento: un fiotto di sangue mentre mi trovavo in bagno. Sono sicuro che in me c’era la stoffa del granduomo. Invece, mi ritrovo a morire con un nome tanto comune in questa città, che davvero non vale la pena di riportarlo. Torna a Narrativa |
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